PROGRAMMA VILLAE FILM FESTIVAL

  Quando l’arte è in movimento  | Villae Film Festival |

Villa Adriana | 12/18 luglio 2021 | Ingresso libero

Volevo Nascondermi

regia di Giorgio Diritti, con Elio Germano

2020, Italia, 120’, biografico drammatico

Il film racconta la vicenda biografica del pittore Antonio Ligabue. Figlio di emigranti, Antonio cresce in Svizzera, ma viene presto espulso per le intemperanze del suo carattere. A Gualtieri, in Emilia, paese d’origine dell’uomo che ne assunse la paternità, Antonio si ritrova a vivere in estrema indigenza. Afflitto da problemi fisici e psichici, solo nella pittura sembra trovare pace. Protagonisti dei suoi quadri sono personaggi e momenti della vita rurale che si svolge intorno a lui, ma anche leoni, tigri e animali esotici. Il tutto è rappresentato con i colori sgargianti e potenti di quello stile che viene definito “naif”. Sarà lo scultore Mazzacurati, convinto sostenitore della funzione sociale dell’arte, a intuire il talento di Antonio e la sua necessità espressiva. Per questo lo incoraggerà a proseguire.

Giorgio Diritti, è regista, sceneggiatore e montatore. Autore di documentari e di un film televisivo realizzato con Ipotesi Cinema, esordisce nel lungometraggio con Il vento fa il suo giro (2005), girato in lingua occitana. In dialetto bolognese è, invece, il successivo L’uomo che verrà (2009) che, attraverso lo sguardo della piccola Martina, racconta l’insensata ferocia della Storia con la rievocazione della strage di Marzabotto. In Amazonia è ambientato Un giorno devi andare (2013) presentato al Sundance Film Festival. Il successivo Volevo nascondermi è stato presentato al Festival di Berlino 2020 dove il protagonista Elio Germano ha vinto l’Orso d’argento quale migliore attore.  


Arca Russa

regia di Aleksandr Sokurov, con Aleksandr Sokurov, Sergei Dontsov, Mariya Kuznetsova, Leonid Mozgovoy, Mikhail Piotrovsky, David Giorgobiani, Aleksandr Chaban

2002, Russia, Germania, 99’, storico, fantastico

Un personaggio misterioso si ritrova dentro il Palazzo d’Inverno di S. Pietroburgo. Un diplomatico francese lo guida attraverso le infinite sale del palazzo. E così, tra opere d’arte e da porte socchiuse, ecco apparire i personaggi più noti della storia russa. Ecco Caterina I, Pietro il Grande, Nicola I e Nicola II Romanov. La Storia prende vita e ci si presenta in modi tanto curiosi quanto inaspettati, finché tutta la nobiltà russa sembra ritrovarsi nelle bellissime sale di un Hermitage che diventa una realtà quasi fuori dal tempo e dallo spazio, uno scrigno che racchiude la Storia di un popolo.

Aleksandr Sokurov è laureato in Storia e Filosofia e, prima di accedere alla prestigiosa scuola di cinema di Mosca, ha realizzato numerosi documentari, tra cui un’intervista a Aleksandr Solženicyn. Osteggiato talvolta per le sue scelte artistiche, Sokurov è stato difeso dall’amico Andrej Tarkovskij. I suoi film hanno avuto importanti riconoscimenti internazionali: Moloch, sulla figura di Hitler, ha vinto per la miglior sceneggiatura al Festival di Cannes, Faust il Leone d’oro a Venezia nel 2011. Scelte tecniche e artistiche molto forti caratterizzano le opere di Sokurov. Arca Russa, ad esempio, è un unico piano sequenza di oltre un’ora e mezza la cui realizzazione ha comportato uno sforzo produttivo, ideativo e organizzativo difficilmente immaginabile.  


The Square

regia di Ruben Östlund, con Claes Bang, Elisabeth Moss, Dominic West, Terry Notary, Christopher Læssø

2017, Germania, Svezia, Francia, Danimarca, 142’, drammatico, commedia

Christian è l’importante direttore di un museo di arte contemporanea di Stoccolma. Affascinante e inserito nel mondo che conta, Christian è in procinto di organizzare una mostra il cui elemento fondamentale è la creazione di uno spazio performativo molto particolare. Si tratta di un quadrato semplicemente delineato sul pavimento. I visitatori, che varcandone il tracciato diventano protagonisti della performance, sono chiamati a gesti di altruismo verso chi gli è vicino. In poche parole, devono aiutare il “prossimo”. Tutto questo, però, si scontra con l’esistenza stessa di Christian, ne mette in luce le profonde contraddizioni e getta lo stesso Christian in un caos da cui sarà molto difficile uscire.


Ruben Östlund ha frequentato la scuola di cinema di Göteborg. Il suo documentario Familj igen (2002) racconta la separazione dei genitori e, con una durata di circa un’ora, ha solo ventuno tagli di montaggio. Anche nelle opere successive a uno sguardo estremamente lucido si accompagna una fortissima ricerca formale. Forza maggiore (2014) ha vinto nella sezione “Un certain regard” al Festival di Cannes 2014, mentre nel 2017 The square ha vinto la Palma d’Oro.

Ritratto della giovane in fiamme

regia di Céline Sciamma, con Noémie Merlant, Adèle Haenel, Luàna Bajrami, Valeria Golino

2019, Francia, 119’, drammatico storico sentimentale

Nel XVIII secolo, la pittrice Marianne riceve l’incarico di ritrarre la giovane Héloïse. Questa, infatti, dovrà sposare l’uomo che era destinato alla sorella scomparsa prematuramente. La situazione economica della casa non consente altre vie d’uscita, ma perché il promesso sposo accetti la sostituzione sarà necessario inviargli un ritratto della sua nuova futura sposa. Héloïse, però, si rifiuta di farsi ritrarre. Per questo la madre chiede alla pittrice di fingersi dama di compagnia relegando l’attività pittorica solo nei momenti di solitudine: dipingerà il volto della giovane, con cui avrà passato tutto il giorno, solo andando a memoria. L’amicizia e il sentimento che nasce tra la pittrice e la sua inconsapevole modella, però, complicherà non poco lo svolgersi degli eventi. 

 

Céline Sciamma, sceneggiatrice e regista, è nota in Italia soprattutto dopo il riconoscimento ottenuto con il suo secondo lungometraggio, Tomboy, al Torino Gay and Lesbian Film Festival del 2011, in cui affrontava l’argomento dell’identità di genere. Temi legati all’età, alla percezione e alla realizzazione di sé sono al centro anche dei suoi film successivi, come Diamante nero (2014) e Ritratto della giovane in fiamme del 2019. Anche dopo avere diretto film in qualità di regista, Céline Sciamma ha proseguito la sua attività di sceneggiatrice.

Martin Eden

regia di Pietro Marcello, con Luca Marinelli, Carlo Cecchi, Jessica Cressy, Vincenzo Nemolato, Marco Leonardi, Maurizio Donadoni, Chiara Francini, Aniello Arena, Giordano Bruno Guerri

2019, Italia, Francia, 129’, drammatico, sentimentale, storico 

Il film si ispira liberamente al romanzo di Jack London e ne sposta la vicenda da Oackland a Napoli. Martin Eden è un marinaio che salva il giovane Arturo Orsini da un’aggressione e, per riconoscenza, è accolto dalla di lui famiglia nonostante la diversa estrazione sociale. Conosce così Elena, la sorella di Arturo, e se ne innamora. Nel tentativo di essere all’altezza della ragazza, Martin cerca di darsi quell’istruzione che non ha mai avuto la possibilità di avere. Capisce, così, che il suo talento e la sua passione sono la scrittura. Il problema è che non è facile vivere scrivendo. Almeno all’inizio.


Pietro Marcello si forma all’Accademia di Belle Arti di Napoli, dove studia pittura. Fin dall’inizio si dedica al genere documentaristico. Realizza Il tempo dei magliari, documentario radiofonico per Radio 3, vince al Festival Libero Bizzarri del 2004 con Il cantiere e, l’anno successivo, gira La baracca, sulla figura di un senzatetto del centro storico di Napoli. Nel 2007 realizza Il passaggio della linea, sui treni notturni d’Italia. È con il successivo La bocca del lupo che vince il Torino Film Festival, il Nastro d’argento e il David di Donatello. Martin Eden è il suo secondo lungometraggio ed è stato presentato alla 76° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove il protagonista Luca Marinelli ha vinto la Coppa Volpi quale miglior interprete maschile

The Danish Girl

regia di Tom Hooper, con Eddie Redmayne, Alicia Vikander, Matthias Schoenaerts, Ben Whishaw, Amber Heard, Sebastian Koch, Pip Torrens, Emerald Fennell, Adrian Schiller, Richard Dixon, Henry Pettigrew

2015, Stati Uniti d’America, Regno Unito, Danimarca, Belgio, Germania, Giappone, 120’, biografico drammatico

Nella Danimarca degli anni Venti, Einar Wegener è un pittore ed è sposato con la pittrice Gerda. Un giorno Gerda chiede al marito di posare per lei al posto di una modella che, per un impegno imprevisto, non si può presentare. Einar è dapprima imbarazzato ma poi accetta. La cosa si ripeterà anche in seguito, al punto che, insieme alla moglie, un giorno Einar andrà a una festa vestito da donna, presentandosi come Lili Elbe. Vestito e truccato da donna, però, susciterà le attenzioni di Henrik, pittore notoriamente omosessuale. Il gioco tra Einar e Gerda sembra sfuggire di mano. L’identità femminile è quella che Einar sente come la sua vera identità. Il percorso per diventare totalmente quello che sente di essere sarà lungo, incerto e doloroso: Einar, che per tutti sarà Lili, è la prima persona al mondo che nel 1931 si è sottoposta a un intervento di cambio di sesso.

 

Tom Hooper ha iniziato in televisione dirigendo serie televisive ed episodi di soap opera. Con Il discorso del re dal 2010, in cui si racconta l’amicizia tra il re Giorgio VI e il logopedista che lo guarisce dalla balbuzie, Tom Hooper raggiunge la notorietà internazionale. Il film, infatti, vince diversi Oscar, tra cui quello alla miglior regia. Pluripremiato sarà anche il successivo Les Misérables (2012), tratto dall’omonimo musical. Dopo The Danish Girl (2015) il regista dirigerà un altro musical: Cats (2019).

In the mood for love

regia di Wong Kar-wai, con Maggie Cheung, Tony Leung Chiu-Wai, Rebecca Pan

2000, Hong Kong, Cina, 98’  Il film è ispirato al romanzo Un incontro dello scrittore Liu Yichang ed è ambientato a Hong Kong negli anni Sessanta del Novecento. Qui, infatti, si incontrano Chow Mo-wan e Su Li-zhen, che, lo stesso giorno, vanno ad abitare nel medesimo condominio. Entrambi sono già sposati, ma proprio i loro rispettivi coniugi, uniti da una relazione clandestina, gli danno motivo di frequentarsi e conoscersi. Tra i due nasce a poco a poco un sentimento che va oltre la semplice amicizia. E di questo sembrano accorgersene anche gli altri, al punto che Chow Mo-wan e Su Li-zhen, per sfuggire allo sguardo dei vicini, si troveranno in una stanza d’albergo. Il loro sentimento, però, non si concretizzerà mai in un tradimento dei loro, pur infedeli, coniugi. E questo segnerà la loro vita per sempre. 

Wong Kar-wai è un regista e sceneggiatore caratterizzato da una fortissima originalità di linguaggio. La sua formazione avviene ad Hong Kong dove, nel 1980, consegue il diploma di design grafico. E sempre a Hong Kong prende l’avvio la sua carriera cinematografica. Dopo avere lavorato in televisione, infatti, nel 1988 realizza As tears go by, che ottiene subito un grande successo di pubblico. Proprio il rapporto con il pubblico, però, in seguito si rivelerà incostante. Lo sperimentalismo formale del regista talvolta troverà soprattutto consenso di critica e questo lo imporrà all’attenzione anche dei festival internazionali. Nel 2004 Wong Kar-wai presenterà al Festival di Cannes il film 2046, che si riconnette tematicamente a In the Mood for Love e che è ambientato l’anno prima della riannessione di Hong Kong alla Cina.